Le Tigri di Mompracem
Le fiabe dei marinai si raccontano ai piedi del faro.
E questa — parola di vecchio lupo di mare — è la più bella di tutte.
C'era una volta un signore di Verona che non salì mai su una nave, eppure conosceva il mare meglio di qualunque ammiraglio. Si chiamava Emilio Salgari: navigava con la penna. E con la penna inventò un'isola, la piantò nel bel mezzo del Mar della Malesia e ci mise sopra il pirata più formidabile che si sia mai visto: Sandokan, la Tigre della Malesia.
Questa pagina è il nostro omaggio a quel romanzo. Mollate gli ormeggi, spegnete il telefono e lasciate che il vento faccia il resto.
Mompracem


La notte del 20 dicembre 1849 un uragano coi fiocchi sconquassava Mompracem, isola selvaggia e famigerata, covo di pirati che facevano tremare tutti i mari attorno. Lassù, nella capanna in cima alla rupe — accanto a una lanterna che nessuna carta nautica ha mai segnato — vegliava un uomo che i marinai nominavano soltanto a bassa voce: la Tigre della Malesia.
Aveva vent'anni di battaglie sulle spalle, forzieri pieni di perle e smeraldi, e una malinconia che nessun tesoro riusciva a comprare. Quella notte, mentre i lampi spaccavano il cielo, la Tigre guardava il mare nero e sentiva che qualcosa, oltre l'orizzonte, lo stava chiamando.


A dividere con lui vento e fortuna c'era Yanez de Gomera, portoghese, flemma d'acciaio e sigaro perennemente acceso: l'unico al mondo che potesse dare del tu alla Tigre.
«Che cos'hai stanotte, fratellino?» chiese, versando due dita
di vecchio whisky.
«Ho sentito raccontare di una creatura che vive a Labuan», rispose Sandokan senza voltarsi.
«I pescatori la chiamano la Perla. Dicono che abbia i capelli d'oro e gli occhi del mare.»
Yanez soffiò una nuvola di fumo e sorrise: quando la Tigre parlava con quella voce, c'era da preparare le vele.


Sull'isola di Labuan, dove sventolava la bandiera inglese, viveva davvero una fanciulla così: Marianna Guillonk, nipote di un lord che odiava i pirati almeno quanto i pirati odiavano lui.
Cantava con una voce che fermava i gabbiani in volo, curava i poveri del villaggio, e i marinai — che di sirene se ne intendono — giuravano che sirena lo fosse per davvero. Quando la sua leggenda attraversò il mare e arrivò alle orecchie della Tigre, il destino era già bell'e scritto: «Domani», disse Sandokan, «si salpa per Labuan.»


Due prahos filavano sull'onda come coltelli, ma a Labuan li aspettava un incrociatore con le artiglierie puntate. Fu battaglia, di quelle che i vecchi raccontano abbassando la voce: legno che scoppia, sciabole che luccicano, la Tigre che ruggisce all'arrembaggio.
Colpito una, due volte, Sandokan si gettò tra i flutti neri. E nuotò, e nuotò, finché la risacca non lo abbandonò mezzo morto proprio sulla spiaggia del suo nemico.


Si risvegliò in un letto morbido, nella villa di Lord James Guillonk, con una ferita ricucita e un nome falso in tasca. Accanto al letto, con una brocca d'acqua fresca e un sorriso, c'era lei: la Perla di Labuan.
Per due settimane il pirata più temuto dei sette mari fu soltanto un principe convalescente che ogni giorno perdeva un pezzetto di cuore. Poi, una sera, tra i brindisi, il lord alzò il calice: «Alla forca dove impiccheremo Sandokan!»
«Quell'uomo che cercate», disse una voce calma alzandosi dal tavolo, «sono io.» E la finestra era già in frantumi, e la notte se l'era già inghiottito.


Quel che accadde poi, i vecchi lupi di mare lo raccontano ancora: la fuga nella giungla, i tigrotti accorsi in armi, Marianna strappata a mezza flotta dell'Impero con un abbordaggio che nessuno osò più imitare.
Mompracem bruciò, i prahos si contarono sulle dita di una mano, e la Tigre perse la sua isola per amore della sua Perla. Ma perdere, per certi uomini, è solo un modo più lungo di vincere: mentre il veliero puntava l'orizzonte, Sandokan giurò che un giorno la sua bandiera sarebbe tornata a sventolare lassù.
Le tigri, si sa, tornano sempre.

La ciurma
Principe spodestato, pirata per vendetta, gentiluomo per natura. Ruggisce spesso, morde solo chi se lo merita.
Portoghese, flemmatico, incorreggibile. Risolve metà dei guai con l'astuzia, l'altra metà con un sigaro acceso.
Capelli d'oro e cuore di corsara: la sola creatura al mondo capace di ammansire una tigre.
Cento fedelissimi col kriss fra i denti, pronti a seguire la Tigre fin dentro la bocca di un vulcano.


Ogni voce nella lingua segreta di Mompiano, il trancorio: le sillabe si invertono e la parola diventa un codice.
Il veliero dei pirati malesi: leggero, velocissimo, praticamente un gabbiano armato di cannoni.
Perle di Ceylon, diamanti e smeraldi grossi come noci: il forziere della Tigre, che nessuna mappa ha mai trovato.
Quando sale sull'albero maestro, alle navi oneste conviene virare di bordo. Subito.








Il racconto che avete letto è la nostra rilettura — libera, salata e un po' sognante — del romanzo vero: Le Tigri di Mompracem, che Emilio Salgari pubblicò nel 1900 e che oggi è di tutti, gratis, per legge e per giustizia.
Sono venti capitoli di abbordaggi, giungle, veleni e colpi di scena che nessuna serie tv ha ancora eguagliato. Yo-ho: issate le vele e andatevelo a leggere.
…o mandateci un messaggio in bottiglia: info@mompracen.it

